8 Settembre 1943 nella zona Sud di Roma

 

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L'importanza nella storia del Lazio Latino non si è limitata all'antichità. Avvenimenti molto più recenti e di grande drammaticità si sono svolti nella zona immediatamente a sud di Roma. In particolare, in seguito all'armistizio dell'8 Settembre 1943, molti degli scontri più intensi tra le truppe tedesche e la resistenza militare e civile italiana ebbero luogo tra i Colli Albani, il Tevere e la periferia meridionale di Roma.

Vanno ricordati anche altri momenti storici, sempre relativi alla seconda guerra mondiale, tra cui l'eccidio delle Fosse Ardeatine, al quale è stata dedicata un'altra pagina all'interno di questa sezione.

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8 Settembre 1943

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Gli eventi narrati in queste pagine sono ancora troppo recenti e le loro implicazioni nella vita quotidiana sono ancora troppo forti per poter esprimere un giudizio sereno in merito. Le stesse fonti sovente mancano di obiettività, dipingendo questa o quella parte come eroica e conseguentemente l'altra come vile.
Lo scopo di queste pagine è esclusivamente una ricostruzione storica, per quanto possibile obiettiva e fedele. Ogni giudizio e opinione sui fatti e sulle persone coinvolte è lasciato alla coscienza di ciascuno. Serenamente, e con il rispetto che meritano le persone che hanno sacrificato la propria vita per difendere un'idea, la propria Patria e, soprattutto, per coloro i quali si sono trovati in mezzo ad una guerra che non volevano, che non capivano, che non avrebbe portato loro alcun beneficio, eppure ne sono stati vittime.

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Premesse storiche all’occupazione nazista: i giorni precedenti

Nell’estate del 1943 Roma era al centro di eventi bellici, dei quali il bombardamento del quartiere di San Lorenzo, il 19 Luglio, è forse il più tristemente famoso per le conseguenze in termini di danni e di vittime. In quel momento in Italia erano di stanza 9 divisioni militari tedesche. Meno di una settimana dopo, il 25 Luglio, Mussolini veniva arrestato e Badoglio assumeva la carica di capo del governo. Già dalle prime ore del mattino del 26 Luglio altre 7 divisioni e 2 brigate iniziavano a penetrare in territorio italiano, minacciando con le armi chiunque tentava di arrestarne l’avanzata. L’obiettivo dichiarato era il rovesciamento del governo Badoglio e il reinsediamento di Mussolini.

Già dalla mattinata dell’8 Settembre si susseguivano comunicazioni telefoniche concitate tra Berlino e Roma. Il Feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante  delle truppe germaniche nell’Italia centro-meridionale, e Rudolph Rahn, ambasciatore tedesco in Italia, ricevevano dalla Germania notizie, ancora frammentarie, relativamente ad un possibile mutamento di grande portata della posizione politico-militare italiana, del quale ancora non si conosceva l’esatta natura. Tuttavia, ancora nella tarda mattinata, Rahn era stato rassicurato dai più alti funzionari governativi italiani sul fatto che non ci fosse nulla da temere. Intanto, a mezzogiorno preciso, il quartier generale di Kesselring a Frascati veniva bombardato a tappeto dagli Alleati. La notifica dell’armistizio con gli Alleati giungeva solo alcune ore più tardi, di fronte a nuove richieste di chiarimenti da parte dello stesso Rahn al ministro degli Esteri italiano Guariglia.

 

L’inizio dell’occupazione tedesca e la resistenza

Alle 19.45 dell’8 Settembre, il giornale radio annunciava che l’Italia aveva richiesto l’armistizio con gli Alleati. Cominciava in quel momento una delle pagine più dolorose della storia recente per la città di Roma e per l’Italia. I Tedeschi erano già pronti all’attacco; nella confusione generale seguita al bombardamento di Frascati e alla dichiarazione dell’armistizio con gli Alleati, Kesselring aveva ricevuto istruzioni di dare il via al piano denominato “Asse”, che prevedeva l’immediata occupazione militare di Roma.

Nella notte tra l’8 e il 9 Settembre un numero imponente di unità militari germaniche iniziava la calata verso Roma, provenendo contemporaneamente da Nord e da Sud. All’alba del 9 Settembre iniziavano i primi scontri tra militari italiani e tedeschi a Monterosi prima, a Bracciano e a Monterotondo poi. Nel corso della giornata altri sanguinosi scontri si verificavano ai Castelli, tra Cecchina e Albano, dove il 111° Reggimento di Fanteria opponeva una strenua resistenza alle truppe germaniche. Ad Albano un frate cappuccino, incurante del conflitto in corso, andava e veniva continuamente dal campo di battaglia  per dare conforto ai morenti e per trasportare i corpi dei caduti a bordo di un carretto a mano. E ad Albano i Tedeschi tentavano la prima rappresaglia sui civili, rastrellando alcune decine di persone nella cittadina. Tuttavia, la popolazione superstite, scesa in piazza in minaccioso silenzio, lasciava intendere che non avrebbe tollerato violenze sui concittadini e i Tedeschi, dopo una breve consultazione, liberavano tutti i prigionieri.

Spezzata anche questa resistenza, le truppe tedesche erano ormai nella campagna romana. Alla Magliana alcuni Granatieri del 1° Reggimento, di stanza alla Cecchignola, a seguito di una imboscata fronteggiavano forze tedesche numericamente superiori, in una sanguinosa battaglia durata oltre 3 ore, incitati fino alla morte dal loro Capitano Vincenzo Pandolfo.

La città militare della Cecchignola, ormai quasi svuotata di combattenti e occupata solo da centri di trasmissione e magazzini di vettovaglie, era affidata principalmente al 1° Reggimento dei Granatieri, ad una piccola guarnigione di Carabinieri e ad alcuni Artiglieri. Anche quella piccola ma resistente guarnigione veniva piegata e lo scontro si spostava verso le gradinate del palazzo della Civiltà dell’EUR, sulle quali era stata piazzata una batteria di artiglieria.

Combattendo con un piccolo manipolo di Granatieri a ponte Fratta, sulla via Ostiense, alle pendici della collina del Forte Ostiense, moriva dopo aver ingaggiato una lotta all’arma bianca il Granatiere Elio Canepa.

La battaglia si spostava, tra il 9 e il 10 Settembre, verso la zona della Montagnola, come verrà diffusamente spiegato più avanti e, da qui, attraverso la via Ostiense e le gallerie della metropolitana allora in costruzione, fino a Porta San Paolo. Qui, nella mattinata del 10, aveva luogo l’ultimo e, probabilmente, il più sanguinoso dei combattimenti.

Sul campo cadevano, tra gli altri, il Sottotenente Enzo Fioritto, carrista, il Capitano Paolino De Castro, il Caporale Bruno Baldinotti.

Altre scaramucce, di piccola entità, si sarebbero avute ancora nella zona di Stazione Termini e all’inizio della via Appia Nuova (Porta San Giovanni, i cui fornici venivano sbarrati dai tramvieri dell'A.T.A.G. con le vetture tramviarie e con autobus posti di traverso), ma di fatto dopo gli scontri di Porta San Paolo la città poteva considerarsi occupata dalle truppe tedesche.

Al termine dei combattimenti si contavano 597 caduti, di cui 183 civili, 27 dei quali donne. Dei militari, 154 appartenevano alla Fanteria, 40 erano Artiglieri, 33 Carabinieri, 27 Genieri, 23 Cavalleggeri, 22 di altre Armi. Cadevano anche 3 Marinai, 6 Avieri, 1 Vigile del Fuoco e 105 dei quali non si conosce l’Arma

 

La battaglia alla Montagnola          

La zona della Montagnola era occupata da una borgata, abitata principalmente da marchigiani e, poi, dagli sfollati del terremoto che, nel 1915, aveva distrutto numerosi paesi della Marsica e della Val di Comino. L’asse stradale di riferimento era la via Laurentina, nel tratto compreso tra la via Ostiense e l’abbazia delle Tre Fontane, esistevano poi diverse strade radiali, ancora per lo più prive di un nome e denominate semplicemente con il loro numero d’ordine (Prima strada, Seconda strada…). Nel 1937 fu consacrata la parrocchia del Buon Pastore, in una sede diversa dall’attuale per dimensioni e posizione. Si trovava, infatti, sul lato opposto della via Imperiale (oggi via Cristoforo Colombo), allora in costruzione, ed era notevolmente più piccola. La sua gestione fu affidata ai PP. Paolini, ai quali si devono numerose importanti testimonianze sugli avvenimenti dei giorni successivi all’armistizio. Nel Forte Ostiense sorgeva un istituto per la cura di fanciulli minorati psichici, gestito dalle suore di Sant’Anna, le quali oggi come allora gestivano anche una piccola scuola alle pendici della collina dello stesso Forte Ostiense.

Tra il 1938 e il 1940, con l’avvio dei lavori per la costruzione del qualrtiere per l’Esposizione del 1942, che poi sarebbe diventato l’EUR, l’area della Montagnola si venne a trovare sul principale asse di sviluppo della città verso il mare. Diversi terreni furono espropriati agli storici proprietari e destinati alle residenze di importanti gerarchi fascisti. La più imponente e famosa era la villa di Anfuso, dotata di ogni lusso tra cui piscina, galoppatoio privato e canili.

Nel 1943 la realtà del quartiere della Montagnola risentiva fortemente della guerra in corso, pur cercando di mantenere una dignitosa normalità.

Nella notte tra il 9 e il 10 Settembre, presso il vicino ponte della Magliana, alcuni ufficiali tedeschi fermavano un gruppo di Granatieri della X Compagnia del 1° Reggimento, comandati dal Capitano Vincenzo Pandolfo, chiedendo un colloquio e manifestando l’intenzione di una resa. Improvvisamente diverse decine di soldati germanici comparivano dalla macchia vicina alla strada, facendo fuoco sui Granatieri, 38 dei quali trovavano la morte nell’imboscata. Tra questi anche Pandolfo, il quale,nonostante fosse stato ferito, continuava il combattimento incitando i suoi.

               

Contemporaneamente giungevano notizie dei combattimenti prima ai Castelli e, quindi, alla Cecchignola. La popolazione della Montagnola iniziava subito a prestare le prime cure ai feriti che giungevano dai combattimenti. In quest’opera si distingueva un giovane, Daniele Grappasonni, il quale prestava servizio militare nei Granatieri e risiedeva alla Montagnola, figlio di un caduto della prima guerra e fratello di Agapito, caduto sul fronte russo.

Con l’appropinquarsi delle truppe tedesche, la popolazione sentiva il bisogno di scendere in strada per combattere a fianco dell’esercito regolare. Nell’organizzazione della resistenza locale si distingueva Alberto De Filippi, noto antifascista e perseguitato politico, il quale iniziava subito a raccogliere e distribuire armi e a diffondre fogli di stampa clandestina. Organizzava poi in un vecchio casale con una torretta, oggi scomparsi, all’altezza di via San Colombano, una postazione difensiva con fucili e mitragliatori. Qualche mese più tardi De Filippi avrebbe conosciuto, con altri abitanti della borgata, le torture di via Tasso.

Nella foto, l'attuale aspetto del sito del "fortilizio"

               

Il 10 Settembre il Sottotenente Luigi Perna (Medaglia d’oro al Valor Militare), si trovava in ricognizione con il suo reparto ma veniva catturato dai Tedeschi. Riuscito a scappare e a riportare al suo reparto preziose informazioni sui nemici, si rimetteva immediatamente in marcia e, rimasto isolato in retroguardia, si esponeva personalmente percorrendo un tratto scoperto per permettere ai suoi di salvarsi, venendo colpito diverse volte e trovando eroicamente la morte. Con lui cadeva anche Agostino Scali, il quale, prima di morire, lanciava ai compagni un tascapane colmo di preziose cartucce “91”.

               

Quirino Roscioni era il fornaio della Montagnola, dal suo forno di via Farfa 41 era appena uscito Luigi Perna con ancora due pagnotte in tasca quando fu ucciso. Roscioni, ex combattente e invalido della prima guerra, metteva immediatamente a disposizione la sua abitazione che divenne una sorta di fortilizio. Espugnata la casa dai Tedeschi, furono catturati diversi prigionieri tra cui lo stesso Roscioni e la cognata, Pasqua Ercolani in D’Angelo. Alla richiesta di questi ultimi di potersi recare in chiesa a pregare, i militari tedeschi acconsentirono ma, una volta che i due avevano percorso i primi passi, li uccidevano con una raffica di mitraglietta alle spalle.

L'attuale aspetto di via Farfa: nessuna traccia è rimasta del forno Roscioni

               

All’incrocio tra la Laurentina e l’Ostiense (nella foto a destra) Nunzio Incannamorte, Capitano di Artiglieria, comandante di una postazione semovente, si trovava nella necessità di liberare la strada da un’anticarro. Esponendosi personalmente, riusciva nell’impresa ma, al termine, veniva colpito dalla raffica di una mitragliatrice poco distante.

I Granatieri venivano curati anche al Forte Ostiense, dove le suore di Sant’Anna avevano allestito una sorta di ospedale da campo. Molti soldati erano stati spacciati dalle suore come uomini di chiesa, oppure come loro dipendenti (giardinieri, tecnici…) per farli sfuggire ai rastrellamenti tedeschi. Il comportamento delle religiose nella cura dei feriti era esemplare, nonostante i pochissimi mezzi. Tra loro si distingueva Suor Teresina di S. Anna. Questa, trovandosi davanti un Tedesco che, con il mitra spianato, stava togliendo una catenina con il crocifisso dal corpo di un giovane militare deceduto, incurante dell’arma gli si scagliò contro colpendolo ripetutamente con un crocifisso di ottone.

               

I racconti dei superstiti parlano di un particolare imprssionante riguardo all’ospedale di fortuna allestito al Forte Ostiense: per disegnare le croci rosse per chi si recava sul campo di battaglia a prestare le prime cure ai feriti, non essendovi alcun colorante disponibile, si utilizzava il sangue dei feriti, presente in grande quantità.

               

I Caduti alla Montagnola furono 53, il loro sacrificio è oggi ricordato da un monumento e dalle 53 croci rappresentate sulla facciata della chiesa di Gesù Buon Pastore alla Montagnola.

               

La cartina rappresenta la zona della Montagnola e delle Tre Fontane, come si presenta oggi (aggiornamento alla fine degli anni ’90), nel 1943 non esisteva l’edificato alle spalle della piazza dei Caduti della Montagnola e  nella zona di San Paolo. Nell’andamento delle costruzioni in prossimità della via Laurentina è ancora possibile indovinare il tracciato delle radiali degli anni ’20 e ’30, alcune delle quali sono ancora, almeno parzialmente sopravvissute: via Altacomba corrisponde alla IV strada, via San Colombano alla V strada, via S. Roberto Bellarmino alla VI strada.

Sono altresì ancora visibili diversi luoghi collegati alla storia narrate in queste pagine: il Forte Ostiense, l’Istituto S. Anna, la “casetta rossa” di via Trisulti, prima sede della locale casa del Fascio e, quindi, del comando del 1° Reggimento Granatieri.